In  Omeyotl ,   il “diario messicano” di Carlo Coccioli  c’è  un racconto straordinario  come l’umanità che descrive: “il popolo che corre”,  “la gente del peyotl”. omeyotl-miniatura  La “Cronaca di un viaggio nel paese dei Taraumara”  –  ci introduce con la forza della sua narrazione asciutta, precisa eppure poetica,  emozionante come un’esperienza dal vivo, in un mondo a parte: piccolo mondo antico, antichissimo, di miseri corridori montanari  fieramente attaccati alle proprie tradizioni.

Dopo mezzo secolo, lassù su quelle montagne ben poco è cambiato . La corsa è  sempre, in tutti i sensi, l’unico oro dei Tarahumara. E’ di questi giorni la notizia che una giovane donna ha corso per 100 chilometri , in sandali, senza mai bere, senza altri ausili, in un’importante gara internazionale, tarahumaraconquistando  la medaglia d’oro e 6000 pesos benedetti per sé e la sua famiglia bisognosa. 

Leggete sotto il testo completo.

CRONACA D’UN VIAGGIO NEL PAESE DEI TARAHUMARAS.

Il deputato Álvarez mi guardava sconcertato. Sprofondato in una poltroncina di cuoio, troppo piccola per il suo grasso corpo sfatto, aveva la pelle madida di sudore. Era il tócco; faceva caldo. Appena entrato in quella camera dell’Hotel del Real, forse il migliore della città di Chihuahua, avevo abbassato le cortine. Ma un alito afoso penetrava dovunque: il deserto si sfaceva in polvere e in calore. Il deputato Álvarez rispose finalmente alla mia pedante domanda. «Credo che, nel fondo, siano piuttosto tendenti alla monogamia — disse. — In verità, non lo so con certezza. Le nostre indagini hanno un carattere pratico.»

Alludeva certamente all’Istituto Indigenista nel cui ambito lavorava da anni nella Sierra Tarahumara. Parlavamo appunto dei Tarahumaras; giunto un’ora prima, non cessavo di assediarlo con domande talvolta imbarazzanti. Il deputato era stato incaricato dal governatore dello Stato di ricevermi all’aeroporto e di mettersi a mia disposizione. S’era presentato con un fotografo; avevo dovuto posare sullo sfondo del quadrimotore della Mexicana de Aviación. Era mezzogiorno, e la pianura si estendeva, solare, fino a un circolo di montagne sassose, aride, assai prossime.

All’aeroporto, m’era venuto incontro un giovane giornalista col quale, pochi giorni prima, avevo fatto colazione in un ristorante di Città del Messico. «Mio padre, che dirige El Norte, sarebbe felice di stringerle la mano.» Gli avevo promesso che mi sarei recato alla redazione del giornale. Il deputato Álvarez m’aveva fatto entrare nella sua lussuosa automobile nordamericana. Aveva guidato con disinvoltura, rispondendo a fior di labbra alle mie domande. Avevo appreso ciò che sapevo già: che i Tarahumaras son circa sessantamila e che nella loro lingua si chiamano, Rarámuri (che vuol dire, pare, «coloro che camminano rapidamente»). «Son capaci di correre durante due lunghi giorni, nutrendosi  soltanto di pinole, ch’è il loro alimento abituale, praticamente il solo: granturco tostato e macinato. Perfino le donne incinte corrono nella selva come animali impauriti. La loro resistenza ha qualcosa di favoloso…»

Ora, sprofondato nella poltroncina che lo conteneva a stento, il deputato Álvarez — uno dei rappresentanti del Partito Rivoluzionario Istituzionale nel parlamento dello Stato di Chihuahua — mi guardava interessato e sconcertato al tempo stesso. Forse si domandava che cosa mi spingesse verso la Sierra dove, in barbarici gruppi sparsi, vivevano quei relitti d’una razza indiana strettamente imparentata con i Pellirosse del nord. Doveva inquietarlo il fatto che il mio linguaggio era più proprio d’un etnologo che d’un giornalista (nel senso cattivo del termine). Socchiudendo gli occhi, disse: «Tempo fa, un giovane, credo che fosse europeo, volle penetrare, solo, nella regione. Lo sconsigliammo, ma fu invano. Partì, e quattro giorni più tardi, preoccupato, lo mandai a cercare. Lo ritrovarono nel fondo dell’immenso canyon della Sinforosa: quasi ignudo, sfinito ed affamato. Suppongo che non metterà più piede nella Sierra dello Stato di Chihuahua». Il tono del deputato era insinuante. Domandai: «Gli indigeni sono pericolosi?». «No — mi rispose, dopo un attimo di esitazione. — Il pericolo sta nel clima, nella mancanza d’acqua, nella mancanza di cibo, nella mancanza di strade. L’indigeno tarahumara è, oggi, uomo di pace. Pericolosi, perché armati e violenti, sono coloro che i Tarahurnaras chiamano chaboches: i meticci e i bianchi».

 

Bruciavo dal desiderio di mettermi sotto una doccia, e glielo dissi. «Vada pure», mormorò con indifferenza il deputato Álvarez facendo un gesto con la mano grassoccia. Squillò il telefono; chi poteva chiamarmi in Chihuahua se non Teófilo Borunda, il potente, ricco e dinamico governatore dello Stato? Ma una voce sconosciuta mi disse: «Parla Francisco Ernesto Duran, giornalista». E disse che l’aeroporto lo aveva informato del mio arrivo; e che voleva parlarmi. «Può venire subito?», domandai. «Sí señor», mi fu risposto. Avevo appena terminato di bagnarmi quando bussò alla porta.

Era un uomo di bassa statura, gobbo, e mi colpì la straordinaria intelligenza dei suoi occhi. Salutò il deputato Álvarez, che si levò appena, reticente; mi domandai se le relazioni fra i due uomini fossero buone. Don Francisco sapeva molte cose di me: aveva letto i miei libri. Leggeva gli articoli che da anni, una volta alla settimana, pubblico in Messico nella rivista Siempre. Mi aveva portato, in dono, un grosso libro. S’intitolava: Crónica de un país bárbaro; era d’un certo Fernando Jordán. «È il miglior libro che sia stato scritto su Chihuahua e sulla Sierra Tarahumara», affermò don Francisco. Il deputato aveva chinato il capo; aveva l’aria di non esser del tutto d’accordo. Sfogliai le pagine del volume; l’autore mi citava non so più a proposito di che cosa.

Domandai a don Francisco chi fosse quel Fernando Jordán. Mi rispose: «Un grand’uomo, un gran giornalista, un uomo troppo appassionato di ciò che è umano. Un uomo che diceva la verità. E per questo che è morto». «Lo hanno ucciso?», domandai. «No, si è ucciso. Aveva poco più di trent’anni.» «Perché si è ucciso?» Don Francisco rispose: «Perché è difficile dire la verità. Un giornalista non dovrebbe dirla mai».

Sorrise. «Perché non andiamo a bere qualcosa?», propose.

 

Andammo a bere — a tomar una copa — all’ultimo piano d’un pretenzioso edificio moderno di stile nordamericano; credo che si trattasse d’un club di uomini d’affari. Il deputato Álvarez m’aveva detto che avremmo pranzato a casa sua. «La mia signora — aveva detto — ci darà volentieri ciò che troverà nel frigorifero,» Ma non ne parlò più; probabilmente se n’era scordato. In una saletta impersonale di quel circolo indefinito, ingerimmo una notevole quantità di cocktails: vodka e sugo di pomodoro. Dissi qualcosa all’orecchio del cameriere meticcio; ci portò un gran piatto di tacos fritti, cannoli di farina di granturco imbottiti di formaggio, inumiditi da una diabolica salsa piccante.

Don Francisco parlò con brio dei recenti fatti di Ciudad Juárez che avevano commosso l’opinione pubblica nazionale. Juárez è città di frontiera; la seconda, amministrativamente, ma la prima per importanza dello Stato di Chihuahua.  Il Río Grande del Norte la separa dal centro texano di El Paso. I «liberali» di Ciudad Juárez avevano invitato, una diecina di giorni prima, un giornalista della capitale, Roberto Blanco Moheno, affinché pronunciasse una pubblica conferenza su quel Benito Juárez che ha espropriato la Chiesa messicana dei suoi non pochi beni. I liberali messicani non mancan mai d’essere giacobini; Blanco Moheno, originario della tierra caliente dello Stato di Veracruz, è il più giacobino dei liberali messicani. Sembra, fra l’altro, che avesse bevuto più del normale; fatto sta che aveva ferocemente e confusamente attaccato la Chiesa, i cattolici, e, ciò che è più grave, «su ilustrísima» il vescovo locale, un uomo giovane e assai stimato — così disse don Francisco — perfino dai suoi avversari. Il giorno dopo, gli elementi cattolici della città avevano organizzato un comizio di «desagravio», cioè un atto solenne tendente a ottenere il perdono del presule insultato. Alcuni studenti avevano gridato «Viva il Papa!»; la politica ufficiale messicana non ammette e non permette tal grido. Da anni, il paese, che non ha rinunciato affatto, in teoria, alle leggi anticlericali applicate specialmente all’epoca del presidente Plutarco E. Calles, vive in una saggia atmosfera di tolleranza; davanti all’attività del clero, i poteri ufficiali chiudono un occhio, e a volte, francamente, li chiudon tutt’e due. I fatti di Ciudad Juárez, amplificati dalla stampa della capitale, avevano o no il potere di provocare una riviviscenza dell’odio religioso? Era ciò che brillantemente domandava e si domandava don Francisco; ma il deputato Álvarez non gli rispondeva. Non apriva bocca. Il suo vólto dalla pelle scura aveva l’imperturbabilità d’un idolo.

Lasciammo il circolo verso le cinque del pomeriggio. Eravamo brilli. Dissi che ero stanco e che volevo tornare all’albergo, ma don Francisco pretese che lo accompagnassi in un rapido giro della città. Vidi le due torri giallicce della cattedrale, e mi piacquero. Le canta, in Messico, un corrido dedicato al ricordo — al ricordo cocente — di Francisco Villa:

 

Adios, torres de Chihuahua

adios, torres de cantera…

 

Alla periferia della città — che, piatta e dalle case basse e le strade allineate, somiglia a un gran villaggio del Far West nordamericano — vidi, contro lo sfondo d’un paesaggio ancor più giallo che quelle belle torri di pietra, un monumento equestre insolitamente vigoroso; don Francisco fermò bruscamente l’automobile. «Guardi il suo viso», mi disse. Obbedii, e riconobbi i lineamenti di colui che fu chiamato «la tigre del nord»: Pancho Villa. Notando però, in essi, qualcosa di singolare che non riescivo a definire in me stesso, mi volsi, interrogativo, verso la mia guida. Don Francisco sorrise. «Il governatore convocò lo scultore Asúrizolo, al quale era stata affidata l’esecuzione dell’opera, e lo pregò di non riprodurre totalmente i tratti del condottiero. I rancori non sono affatto placati, e la statua vuol esaltare non tanto Villa quanto i suoi eroici dorados. Lo scultore si è limitato ad alterare la foggia dei baffi»

 

 

Nulla mi sorprende più in Messico; lo conosco troppo (e ho il cuore troppo messicano per giudicare). Tutto è delicato, qui, tutto è sottinteso; si dice col silenzio più di quanto le parole non dicano. «E la testa di Villa?», domandai. Mi riferivo a quella di lui morto — ammazzato, a Parrai, da sicari del generale Obregón —, non a quella bronzea dell’equivoco monumento. Perché, dopo averlo ammazzato, e seppellito, ne avevano violato la tomba e l’avevan decapitato : la testa non era stata ritrovata. Atto d’amore, atto d’odio? Quién sabe — chi lo sa? — è, non di rado, la più saggia delle risposte. Ninguna cosa es segura. Don Francisco mi guardò e mi sorrise; rispose: «Quién sabe?». Ed a me, lo devo ammettere, parve una risposta sufficiente.

 

Il pilota maneggiava le leve e i bottoni del suo minuscolo aeroplano con una disinvoltura che sfiorava il dispregio. Di tanto in tanto, la torre dell’aeroporto di Chihuahua gli rivolgeva, gracchiando, una corta frase; l’invisibile operatore lo chiamava «Chalelo». Non avevo mai udito un diminutivo di quel genere; forse era la trasformazione affettuosa del nome «Rosalío»? Chalelo era un uomo magro;  aveva la pelle scura, rugosa, e gli occhi chiari. Portava un piccolo cappello di feltro inclinato sull’occhio sinistro. Doveva aver per lo meno sessant’anni. Stimolato dalla voce dell’operatore di Chihuahua, cercava il microfono con mano distratta e vi gettava alcune parole che, sebbene mi trovassi vicinissimo a lui, non ero in grado d’afferrare. In quell’aereo-giocattolo bagnato dalla luce biancastra del giorno nuovo, eravamo, Chalelo compreso, tre uomini e una donna. I nostri corpi si toccavano. La donna: una triste anziana vestita di nero..

Lasciammo la pianura giallastra in cui si stendeva la città di Chihuahua. Sorvolammo una regione montagnosa. Spoglie, le montagne suggerivan l’idea d’una sete millenaria. Qualche rancho appiattito contro il suolo. L’aria rarefatta, a volte, succhiava l’apparecchio. Giallo denso come un tuorlo d’uovo, il sole si stendeva sulla terra con veemenza. Faceva caldo.

Rapido, all’improvviso, Chalelo afferrò una leva, la manovrò. L’aereo piombò verso il basso. Toccò un campo di pietre; saltellò, era come un cavallo impazzito; si fermò. Alcuni giovani col capo coperto dal cappello texano, indolentemente appoggiati a una palizzata, si mossero appena. Erano alti, avevan la pelle bianca, gli occhi chiari. Chalelo saltò a terra; discesero la donna vestita di nero e l’uomo che l’accompagnava. V’era un gran silenzio. L’uomo pagò Chalelo, che intascò il denaro senza guardarlo. La donna mormorò un «gratias» distratto e s’allontanò a capo chino. Chalelo rioccupò il suo posto di pilota, manovrò una leva, un’altra; l’aereo si mosse. L’uomo si frugò in una tasca e ne estrasse una pastiglia di chewing-gum; prese a masticarla con furia. Elevandosi arditamente verso il cielo, l’aereo sfiorò le corna lunate d’una vacca.

E le montagne si copriron di bosco, e una nebbia violacea saliva dalle strette vallate. Vidi un fiume luccicare nel fondo d’un crepaccio. Giungemmo a Guarchochi, o Guachochich, sede del Centro coordinatore dell’Istituto Indigenista, meno di mezz’ora dopo, verso le nove.

 

I Tarahumaras, stando a quel che si dice, son poco meno di sessantamila. Cifra possibile, non certa; ninguna cosa es segura. Imparentati con i Pellirosse del nord, vivevano nella facile pianura; la conquista spagnuola li spinse verso le profonde foreste della Sierra. Quando queste divennero ricchezza, i discendenti degli Spagnuoli, da loro chiamati chaboches (i barbuti?), li snidaron dalle loro tane e li costrinsero a ripararsi sulla sommità delle montagne, dove conobbero gli orsi, i coyotes, i cervi dagli occhi impauriti. Tre secoli di paziente evangelizzazione gesuita — largamente interrotti dall’espulsione della Compagnia — li hanno appena sottratti, e solo in parte, alla terribile religione ancestrale. Continuano ad essere, cristianizzati o no, il popolo del peyotl, del quale nella Sierra si parla, quando se ne parla, sottovoce.

La letteratura sul peyotl è vaga, imprecisa. Si tratta di una cactacea; è la divinità terrestre dei Tarahumaras. In chi ne assorba il poderoso succo, il peyotl produce meravigliose visioni. Me lo confermò Aldous Huxley quando feci colazione con lui, a Parigi, in compagnia di Gabriel Marcel e dell’editore comune. In un piccolo ristorante della Rive Gauche, l’autore di Punto contro punto elogiò prima Franco Sacchetti, poi il peyotl. Antonin Artaud trascorse un po’ di tempo fra i Tarahumaras e consacrò alla sua esperienza le pagine di Au pays des Tarahumaras (certi intellettuali di St.-Germaindes-Prés ne parlano, esagerando, come d’una opera illuminata). Pare che le cose di questo mondo ritrovino nello spirito e agli occhi di chi si trova sotto l’influenza del peyotl le dimensioni originarie, quelle non rese pallide, non degradate, dall’anestesia della vita cotidiana. Una pietra qualsiasi ridiventa la Pietra bellissima, intatta, miracolosa, che vide Adamo coi suoi occhi puri nell’istante in cui scoprì, nuovo alla luce, le impareggiabili bellezze della Creazione. Il peyotl è come la poesia.

Le «genti del peyotl» vivono in capanne o in caverne; son nomadi per necessità e per temperamento. Si alimentano quasi esclusivamente del cosiddetto «pinole», che sempre traggono seco in una borsa appesa alla cintura: è granturco tostato e macinato. Son ghiotti della carne dello scoiattolo e di quella d’una specie di topo silvestre, e cacciano, con l’arco e la freccia, il cervo e l’orso.

È il popolo «che cammina»: corrono a lungo, a lungo, senza che la fatica li vinca. A volte, per distrarsi, spingono col piede, andando, una palla di legno. Si dividono in pueblos; la loro organizzazione politica è democratica. Eleggono un capo, detto «gobernador» dai chaboches. L’autorità è simboleggiata da un bastone, o scettro, al quale nessuno resiste. Chi abbia commesso un delitto può darsi che si ribelli ai soldati federali armati di fucili e di pistole, ma obbedirà docilmente al messo inerme che si presenti, per arrestarlo, ostentando solo un bastone di comando. È una razza miserabile, dolce e nobile; l’impassibile dignità degli anziani riempie l’animo di stupore. Si esprimono in una lingua armoniosa e  grave; son parchi di gesti. Sfruttato, avvilito durante secoli, il Tarahumara continua ad essere una vittima dell’ingordigia dei meztizos, meticci, nome col quale localmente si designa la popolazione bianca. I molto relativi e demagogici sforzi del wuarura Gobierno — il «supremo governo» della Repubblica messicana — e quelli dell’Istituto Indigenista, che con metodi molto spesso settari si propone di «conquistarli» pacificamente alla civiltà, non son sempre coronati da successo. Alcuni pueblos, come ho detto, son cristiani — ma la loro cristianizzazione non è meno superficiale che lo strato di polvere che s’è posato su una rocca durissima —; altri son francamente pagani, e li si designano, allora, col bel nome di «gentiles», i gentili.

Vivono nel cupo terrore d’una pietra silicea, detta sukiki o rusíwari. È il veicolo della morte, il Male per definizione. Gli stregoni parlano al sukiki, gli ordinano: «Va a visitare l’uomo Tizio»; questi si ammala e perisce. In numerose circostanze, si ubriacano orgiasticamente, quasi ritualmente, con una birra di granturco detta batari. Secondo il gesuita David Brambila, della missione di Norogachi, il batari, ancor più che il peyotl od il silice, è il demonio nero, il demonio vero, dei Tarahumaras.

 

Il deputato Álvarez, di cui il governatore dello Stato di Chihuahua aveva fatto il mio protettore ufficiale, m’aveva detto: «Stasera parlerò per radio col direttore del Centro coordinatore di Guachochi. Per ora, abbia la bontà di dargli questo biglietto. Si metteranno a sua disposizione». E, appoggiandosi a un’ala del minuscolo aeroplano, aveva scribacchiato qualche linea su un pezzettino di carta.

Con quel pezzettino di carta in mano, attesi, accanto all’apparecchio ormai fermo sul suolo sassoso di Guachochi, che qualcuno mi s’avvicinasse; ma nessuno s’occupò di me. Tre uomini eran discesi da una camionetta polverosa; discutevano animatamente con Chalelo d’una certa quantità di denaro di cui l’aviatore avrebbe dovuto esser portatore. Chalelo masticava chewing-gum e scoteva il capo. Faceva freddo. Il paesaggio era alpino: casucce di legno, chiare fra boschi di conifere.

M’avvicinai, spazientito, a uno dei tre uomini della camionetta e chiesi di parlare col direttore del Centro. Mi fu risposto che «il professore» era assente. Domandai del vicedirettore; si trovava a Città del Messico. Ebbi un momento di irritazione e mostrai bruscamente la lettera credenziale che m’aveva rilasciata il deputato. Si passarono il biglietto di mano in mano; uno, finalmente, parlò. «Sono l’amministratore del Centro», disse con una troppo evidente malagrazia. Era un uomo giovane, grasso, dai baffetti neri; aveva gli occhi colmi di sospetto. Mi fece montare sulla camionetta, che condusse abilmente su un terreno difficile fino a una bianca casetta in muratura. Mi fu indicato uno sgabuzzino in disordine. «Potrà dormire qui.» «Vorrei mangiare qualcosa», dissi, stupito da quella sgradevole eccezione al gran senso di ospitalità dei Messicani. L’uomo mi rivolse uno sguardo colmo d’autocompassione. «Si mangia orribilmente, non vi sono che patate, ed io le odio…» Aggiunse che era originario della regione di Veracruz, «la bendita tierra de Dios y de la Virgen María». Aveva l’aria di volermi far notare che a Guachochi, non avrei incontrato nemmeno i santi.

Per ripicca, gli dissi che volevo recarmi a Norogachi, o Norogachich; sapevo che vi si trovava una missione gesuita. Supponevo che la mia intenzione non avrebbe fatto piacere al mio ospite, ma questi si limitò ad annuire con indifferenza. Partii verso Norogachi un’ora più tardi. Una sessantina di chilometri: quasi cinque ore di un difficile andare in un cammino che avrebbe rifiutato di percorrere una mula europea. La camionetta Chevrolet rimbalzava fra i sassi; la guidava un ragazzo dalla pelle chiara, gli occhi segreti. M’accompagnava un maestro, ispettore dell’Istituto Indigenista, il quale aveva deciso d’approfittare della gita per visitare una scuola persa nella foresta. Era un piccolo Indiano di razza mixteca; veniva dalla regione settentrionale dello Stato di Oaxaca. Aveva le mosse gentili, discrete, e si esprimeva con una certa eleganza. Era arrivato poche settimane prima a Guachochi e ignorava quasi tutto dei Tarahumaras. Fui contento d’averlo come compagno; mi compensava della cattiva volontà dell’amministratore dai baffetti neri. La camionetta scendeva verso il greto di innumerevoli torrenti; rimontava la costa, sbuffando; ricordo che fummo costretti a scendere e a spingerla con tutta la forza delle nostre braccia. La foresta era bella; il sole la frugava con irruenza. Conigli selvatici, fagiani, scoiattoli, ci tagliavano il cammino. C’imbattemmo in uomini a cavallo, vestiti come i tour-boys, dalla pelle bianca; a volte si toccavano il bordo del sombrero, a volte, più arroganti che ostili, distoglievan lo sguardo. Giungemmo infine alla scuola; una derisoria capannuccia fra gli alberi; il maestro venne sulla soglia circondato da un gruppo di fanciulli seminudi. Era un giovanissimo Tarahumara addestrato dal Centro; ci salutò con gravità, I bambini non parlavano spagnuolo; la maggior parte vestiva tarahumara, con le scure e sottili gambe nude, estremità da animale silvestre, e una fascia rossa intorno ai capelli lisci, nerissimi. Il piccolo Indiano di razza mixteca dichiarò al maestro che sarebbe stato costretto a chiuder la scuola se non fosse stato capace d’ottenere l’affluenza d’almeno trenta scolari. «È una questione di bilancio», disse. L’Indiano annuì con cerimoniosa gravità, inchinandosi davanti all’altro Indiano.

Proseguimmo verso Norogachi. Scoprimmo tutt’a un tratto il villaggio nel fondo d’una vallata; un tetto di lamiera scintillava sotto il non domato sole del pomeriggio. «La chiesa», annunciò il giovane autista con indifferenza. La camionetta rimbalzò lungo un pendio che si sarebbe detto un antico fiume di lava. Il caldo era soffocante, e il cielo limpidissimo, disfatto, accoglieva il sinistro volo instancabile degli avvoltoi. Traversammo a guado il greto d’un largo torrente; accoccolate sui ciottoli, sotto il sole spietato, stavano alcune donne bianco-vestite, immobili. «Quanto tempo si tratterrà coi padri gesuiti?», mi domandò il piccolo maestro mixteca. «Non verrà con me?», gli domandai a mia volta, quasi sfidandolo. La sua cortese imperturbabilità non s’alterò. «No signore — mi rispose. — Ma non si preoccupi: abbiamo tutta la serata e tutta la notte davanti a noi». Ero sicuro che avrebbe rifiutato d’accompagnarmi: fra Benito Juárez e don Clero, i maestri elementari del Messico hanno scelto Benito Juárez.

Scesi dalla camionetta in una specie di piazzale sassoso, polveroso e deserto. Un momento più tardi, bussavo alla porta del padre David Brambila, della Compagnia di Gesù.

 

Il padre David Brambila mi fece promettere che sarei tornato il giorno dopo, ch’era sabato. «Dormirà sotto il nostro tetto, e domenica mattina potrà assistere a una riunione di Tarahumaras cristiani; distribuiremo loro alcuni premi.; il capo rivolgerà alla folla un breve discorso.» Il padre era un uomo alto, sottile, coi capelli bianchi ribelli; aveva gli occhi soavi, tremuli, deboli, ma attraversati spesso da un lampo di fermezza, o d’ostinazione; sapevo che, figlio d’una distinta famiglia di Città del Messico, aveva passato quasi vent’anni fra i Tarahumaras; e che era autore d’una sapiente grammatica raffinuri, nota agli americanisti di tutto il mondo. Viveva in una stanza angusta, trasandata, dai vecchi muri male imbiancati di calce; con molti libri, con alcuni crocifissi, col suo apparecchio fotografico (la sua unica passione umana); dormiva in una branda da soldato, viveva nel silenzio, lavorando e fidando in Dio. La sua porta si apriva su un patio selvatico nel mezzo del quale s’ergeva una croce grossolana di cemento. Allorché picchiai alla sua porta, guidato da un ragazzino ch’era evidentemente assai fiero d’avermi potuto rispondere in spagnuolo, mi si presentò con un fare cortese ma sbrigativo: «In che cosa posso servirla?». Probabilmente era ancora vivissimo, nel suo tenace spirito di Messicano, il ricordo cocente di umiliazioni non lontane; quando, sotto la presidenza del generale Lazaro Cárdenas, lo avevano espulso, coi suoi confratelli, dalla missione di Norogachi; v’eran tornati protetti dalla benevolenza del presidente Alemán, ma avevan trovato la chiesa caduta in rovina, la casa adibita ad altri usi. Io, sulla soglia della sua povera stanza, al limite del patio gonfio di luce, gli dissi il mio nome; il padre lo conosceva. Aveva letto Il cielo e la terra, o ne aveva sentito parlare. Sorrise, rinfrancato, e mi strinse la mano con affetto. «Passi, passi!» Poi mi fece promettere che sarei tornato il giorno dopo.

 

Mantenni la promessa, e lasciai Guachochi e lo scortese amministratore veracruzano verso mezzogiorno. Il Centro aveva messo a mia disposizione un’altra camionetta e un altro autista, un ragazzo basso dalla carnagione rossiccia. Avevamo da poco lasciato il villaggio quando, in un soave tono cantato, senza guardarmi, mi disse: «Lei non è messicano, vero?». Gli risposi ch’ero italiano, e lui attese un momento, forse esitando; sembrò decidersi e si volse, mi guardò. «Soy tarahumara», disse a bassa voce. Ebbi l’impressione che attendesse con impazienza la mia reazione.

Gli dissi ch’ero felice di viaggiare con un Tarahumara; gli domandai dove fosse stato educato. Mi rispose ch’era stato alunno delle scuole dell’Istituto Indigenista. Troppo abituato all’urbanità discreta, alla sensibilità quasi femminea degli Indiani messicani, non stupivo della sua riserva graziosa e prudente; mi limitavo ad apprezzarla. Portava una camicia bianca e un blue-jeans scolorito. Il caldo era soffocante. Ángel — così si chiamava il ragazzo — guidava con un’estrema cautela, quasi con timore; spiava il suolo per evitar gli ostacoli e, con questi, le scosse eccessive.

Attraversavamo l’ampio letto d’un torrente, rutilante, selvaggio, quando, con un accento di finta disinvoltura, osai porre al mio compagno la domanda che mi stava a cuore. «Ángel: hai mai visto il peyotl?» Lo guardavo di sbieco; non un solo muscolo del suo viso si mosse. Rispose con un filo di voce: «No signore. Non l’ho mai visto. Ho lasciato la mia famiglia tanti anni fa. Ero bambino. Non si fa vedere la pianta ai bambini». Confuso, non insistetti. S’era espresso con un’immensa gentilezza, ma lo sentivo ferito. Il peyotl, la misteriosa cactacea della quale quasi nessuno, nella regione tarahumara, accetta di parlare, resta, in moltissimi casi, il dio di quel popolo indiano; in altri casi, resta il motivo d’una vergogna mal dissimulata. Uscimmo dal letto del torrente, ritrovammo il cammino nella foresta. Il ragazzo, bruscamente, mi si rivolse ad alta voce. «Señor: vi sono indigeni in Italia?» Questa domanda mi commosse e mi umiliò.

Era, in un certo senso segreto, autentico, la migliore risposta a quella ch’io gli avevo rivolta. Ed era una prova di fiducia: il ragazzo voleva mostrarmi che non mi serbava rancore. Gli risposi con enfasi: «In Italia, Ángel, non vi sono che indigeni! Io, per esempio, sono l’indigeno d’una terra chiamata Toscana, E siamo tutti orgogliosi d’esser indigeni». Ebbe un movimento di sorpresa, ma probabilmente sentì la mia emozione, perché chinò il capo. Fino ad allora aveva rifiutato di fumare; si frugò in tasca e ne trasse due sigarette sgualcite. «Fumiamo», mormorò. E mi parve rasserenato.

 

Trascorsi un giorno e due notti coi padri Brambila e Lionnet. Ignoro se la vita mi spingerà un’altra volta a Norogachi; so, però, che le ore che vi ho passate mi resteranno nel cuore fino all’ultima frontiera del ricordo. Vissi nella discreta intimità di due uomini buoni e apparentemente sereni, ingenui e profondi. Contemplavano, assorti, la volta del cielo notturno, e le stelle moltiplicavano il silenzio della Sierra, quando il padre Brambila mi raccontò la storia di Kalistro. Una storia tremenda che si potrebbe intitolare: Kalistro, o l’assoluto della Fede.

Era un Tarahumara simpatico, un buon cristiano. Un giorno, stava lavorando la terra della missione con un fratello missionario; l’aratro fece affiorare una pietra. Il fratello si chinò per raccattarla e gettarla al margine del campo. Veemente Kalistro gli afferrò il braccio. «Non la toccare!» Non era che un silice lucido e duro; sorpreso, il fratello domandò al compagno: «Ma che cosa ti prende?». E si chinò nuovamente; allora il Tarahumara indietreggiò d’un passo, grigio in vólto. «Non la toccare, non la toccare…» L’altro afferrò la pietra ridendo: «Non è che un sasso, Kalistro!». E gli si avvicinò. «Toccalo! Non avere paura: non è che un sasso!» Kalistro s’era trasformato in una statua. Respirava affannosamente. Quando il fratello gli mise il silice nella mano, non si mosse; lo lasciò cadere, poi abbassò la testa e s’allontanò. «Quella pietra, — mi disse il padre Brambila, e la sua voce tenue era coperta dal solenne silenzio della notte, —quella pietra era il rusiwari; la pietra che vola; il Male.»

Bussarono, tre giorni dopo, alla porta dell’internato dei bambini tarahumara tenuto dalle suore del Sacro Cuore e dei Poveri (che complicata denominazione per monache tanto semplici!). Aprirono; era Kalistro. Aveva lo sguardo spento. La monaca che gli aveva aperto gli domandò: «In che cosa possiamo esserti utili, Kalistro?».«Son venuto a dirvi addio», disse l’uomo. «Parti?» «Sì — disse Kalistro— . Ya me voy: vado via.»

E l’indomani bussaron di nuovo alla porta dell’internato. «Madre, corri: Kalistro muore!» La monaca si precipitò a visitare il fedele Tarahumara. Lo trovò sdraiato sulla terra, inerte. «Ti duole la testa?» «No», rispose Kalistro. «Ti duole il cuore, ti dolgono le gambe?» «No, no,» «Via, che cos’hai, Kalistro?» «Sto per morire.» La monaca gli gridò: «Sei impazzito?». L’uomo non disse nulla. «Che cos’è che ti fa morire?», gridò la monaca. Kalistro rispose: «Il rusiwari, la pietra che il fratello m’ha fatto toccare».

«Si spense quel giorno stesso — concluse il padre Brambila tristemente. — Si lasciò morire. Lo uccise una fede cattiva, certo, ma era una fede, e una fede capace di far morire un uomo è degna di considerazione e di rispetto. Chi di noi possiede una fede così  intensa?»

 

Il giorno dopo, un’ottantina di Tarahumaras, uomini e donne, si riunirono nella chiesa grande ed elementare. Ammantate di bianco, le donne; nude le gambe, gli uomini, con un minuscolo cache-sexe e una camicia a colori vivaci. Scalze le donne, e circondate dai loro figli; gli uomini portavano sandali rudimentali. Uomini, donne e fanciulli avevan gli stessi capelli lunghi, lisci, talmente neri che avevan riflessi violacei. Con una benda intorno alla fronte, generalmente rossa.

Alto, ieratico davanti all’altare, esaltato dalla luce del mattino, il padre David Brambila celebrò la Messa per i Tarahumaras. Ho sotto gli occhi, ora che con l’aiuto d’una macchina da scrivere sto tentando di metter in ordine i miei ricordi, un suo libretto di prosa poetica pubblicato a Città del Messico sotto il titolo di Hojas de un Diario. Ne traduco alcune righe. «Fuori della chiesa, e in essa durante l’istruzione, godo dell’amata compagnia dei miei Indiani, e realizzo con essi una comunicazione semplice e fraterna. Ma quando, in piedi e rivestito al centro dell’altare, svolgo il Sacro Mistero, un abisso di gelo si apre e ci divide. Resto solo.»

Più tardi, si spogliò dei paramenti e andò fra i Tarahumaras. Intonò ad alta voce, quasi cantando, una preghiera. Il popolo gli fece coro. Un nome, Ponzio Pilato, mi fece credere che si trattasse del Credo.

Poi usciron tutti e, sul sagrato sassoso, al sole, il governatore indigeno — il re — rivolse alla sua gente un discorso dando le spalle alla porta ormai chiusa della chiesa. Teneva con la mano destra il bastone del comando, simbolo d’una indiscussa autorità. Parlava lentissimamente, a fior di labbra, e la sua lingua era tutta armonia. Impenetrabile, quasi sdegnoso, teneva la fronte alta per non guardare nessuno. Le donne stavano in gruppo compatto nel mezzo del sagrato, al sole, immobili; e non lo guardavano. Gli anziani lo circondavano; e presero la parola uno dopo l’altro, degni, impassibili.

Nel pomeriggio di quello stesso giorno partii per il villaggio di Siquirichi.

 

Giungemmo a Siquirichi, o Siquirichich, verso le tre del pomeriggio. Mi accompagnava un uomo alto e snello che portava al fianco una bellissima pistola ornata d’argento. Un personaggio fatto più per correre su di un brioso cavallo che per rinchiudersi nella cabina d’una sobbalzante camionetta. Era il rappresentante dell’Istituto Indigenista in Norogachi; gli avevano mandato un messaggio da Guachochi affinché mi guidasse fino all’internato di Siquirichi. Piuttosto che un villaggio nel significato comune del termine, Siquirichi era una minuscola isola: sorgeva sulla cima d’una bassa eminenza gialla completamente circondata da un torrente povero dal greto molto sassoso.

 

 

La camionetta, per giungervi, dovette immergersi in un’acqua tiepida e fangosa. L’autista s’arrestò finalmente al limite d’un piazzale polveroso, assolato. Un gruppetto di uomini s’avanzò per darmi il benvenuto.

Mi presentarono un uomo basso, dal vólto scuro e gli occhi inquieti, un po’ torbidi. Si chiamava don Fructuoso, ma lo denominavano «el maestro». Compresi che era il direttore dell’internato per fanciulli tarahumaras che costituiva, più o meno, quel lontano e orribile villaggio della Sierra. Una ventina di miserabili case di adobes, ossia di mattoni di fango seccati al sole. Il sole aveva sgretolato il raro intonaco; corrodeva perfino la pietra, convertendola in una polvere fina che s’insinuava dovunque. Nervoso, eccitato, preoccupato, cordiale, il signor don Fructuoso ci condusse a una casa che, a tutta prima, mi parve una fonda, un ristorante indigeno.

 

Ci fece passare in un salone, ma questa parola non può che dare un’idea assai falsa dello sciatto, sudicio locale in cui, quanto stupito, venni a trovarmi. S’immagini una lunga stanza dal suolo di terra battuta. Con una fila di panche, molte, e, nel fondo, un teatrino. Parecchi festoni di carta colorata pendevan dal soffitto, accentuando lo squallore dell’ambiente. Nel mezzo del teatrino, ornato da assurdi pannelli rappresentanti guerrieri aztechi, v’era una seggiola. Sulla seggi v’era un fiammante fonografo che si sarebbe detto sottratto alla pubblicità d’una rivista nordamericana. Quando entrammo, echeggiavano le note, inverosimili, d’un valzer viennese. Era domenica, e in tutta la Repubblica si stava festeggiando il giorno della Madre. In Significhi, si celebrava soprattutto — non senza inquietudine — la mia venuta.

 

Tre uomini dalla pelle bianca, dagli occhi chiari, bevevano cupamente, in un angolo di quel sordido stanzone, la buona birra che, in lattine, si manda da Città del Messico ai più remoti villaggi del paese. Me li presentarono; mi strinsero la mano senza una parola. Don Fructuoso mi fece sedere, animatamente, dietro una rozza tavola sulla quale avevan posto alcuni piatti. Una donna grassa, dalla scura carnagione untuosa, mi portò una forchetta di latta. Feci un cenno a don Fructuoso, la cui agitazione andava aumentando, e gli dissi che avevo già mangiato. Mi parve desolato, abbondò, chissà perché, in iscuse, mézzo di sudore com’era. La donna, con un fare cerimonioso, mi propose un rinfresco; accettai. Una bambina dallo sguardo spaurito ci portò alcune Coca-cola tiepide e un vassoio di fettine di cocomero. Dovevamo parlare ad alta voce perché il fonografo non cessava di strepitare. Il maestro continuava a darsi da fare; era evidente che stava preparando qualcosa. Effettivamente, qualche minuto dopo, una decina di donne tarahumaras entraron nella sala.

Vestivano il costume indigeno. Magre, ossute, scalze, non erano prive d’una brusca signorilità nel portamento e nei gesti. S’avvicinarono. Le precedeva una anziana, che mi tese la mano scarna. La presi e la strinsi; ella ebbe un movimento di stupore e, quasi violenta, si ritrasse. Allora l’uomo che mi accompagnava, quello dalla pistola al fianco, mi susurrò all’orecchio: «Non le stringa la mano; le tocchi l’omero!». Obbedii.

Una dopo l’altra, cerimoniose e solenni, quelle donne tarahumaras ch’erano state riunite nel villaggio per assistere all’omaggio che si rendeva alla Madre messicana — mi toccarono l’omero e subito dopo, lievemente, la palma della mano. Era il «mezzo abbraccio»; così lo chiamano, localmente, i meticci. Mi si presentarono l’una dopo l’altra; alcune dicevano in spagnuolo «buenas tardes» o «qué tal?»; altre mormoravano in rarknuri «kwira ba», che significa la stessa cosa. Dopo avermi salutato, andarono a sedersi in una fila di seggiole ch’erano state addossate alla parete, dirimpetto alla tavola dietro alla quale mi trovavo io.

Ammutolirono finalmente l’atroce fonografo, e cominciò la sfilata dei bambini dell’internato. Erano quasi cento, e non uno solo volle rinunciare al piacere di toccarmi la mano. Tante ne toccai che alla fine la mia era tutta nera. La commozione m’invase. Per piccini che fossero — e alcuni lo erano a un punto tale che con la testa non arrivavano alla tavola: non li vedevo neppure —, tutti vollero conoscere lo scrittore venuto dalla capitale. Eran seminudi o coperti di cenci. Balbettando, don Fruttuoso mi spiegò che «la ropa» si trovava accumulata presso un mercante di Norogachi, il quale, per ragioni attinenti al cammino difficile, non aveva potuto trasportarla al villaggio. Non gli credetti.

Fu ordinato ai fanciulli che si sedessero sulle panche; obbedirono, e un momento dopo si sarebbe potuto udire il volo d’una mosca. Allora «el maestro» salì sul proscenio e pronunciò un discorso ingenuo e appassionato (più volutamente appassionato che naturalmente ingenuo), il qual discorso, stando all’evidenza, m’era destinato. Porse, sudando, il suo rispettoso saluto al rappresentante della Stampa e della Letteratura. Parlò della Madre, il cui amore e la cui abnegazione nessuno può uguagliare. Le donne tarahumaras ascoltavano impassibili; una di esse fumava lentamente, portandosi la sigaretta alle labbra con un movimento maestoso. Don Fructuoso alluse a don Benito Juárez, ch’era un umile «indito» e ch’era divenuto uno dei grandi uomini del Messico. I bambini, imperturbabili, non si movevano. L’uomo si disse fiducioso nell’avvenire e propose ai suoi allievi che cantassero una canzoncina in mio onore.

Lo fecero. Guardato da tanti poveri occhi, guardando quei visetti sporchi ed affamati, ascoltai, quasi sull’attenti, e più intenerito di quanto non volessi esserlo, la canzoncina detta in pessimo spagnuolo. Tutto quel cerimoniale, e direi: tutta quella ipocrisia, che sarebbe stata intollerabile ad altri, a chi non avesse conosciuto il Messico profondamente, a me mi toccava il cuore. Ero più che convinto che quell’educatore dalle mosse furtive non era degno del compito affidatogli; avrei potuto giurare che speculava sul vitto degli assistiti e sulla famosa «ropa» che avrebbe dovuto rivestire quegli scarni corpi seminudi. Ma conoscevo troppo il Messico, e conosco troppo la miseria dell’uomo, per non sentire che tutto, nonostante tutto, merita la pietà. E v’eran quei bambini, che avrebbero potuto esser figli miei. Per modo che quando, finita che fu la canzoncina, dovetti parlare, dissi, agitato più dalla pietà che dall’indignazione o dal disgusto, ch’ero felice di trovarmi a Siquirichi, il che era vero; aggiunsi che «noi della Stampa» nutrivamo soltanto una speranza: che i fanciulli tarahumaras si trasformassero in buoni cittadini messicani. E anche questo era vero.

 

Poi, sul piazzale di sole e polvere, continuarono i festeggiamenti. I bambini marciarono a passo militare, guidati da un giovinotto dalla voce rauca. E fecero venire i matachines, danzatori indigeni coperti di cenci colorati, di specchietti, di piume. Saltellarono interminabilmente in mio onore, guidati, non so come, da due rozzi violini dal suono stridulo.

Alto e impassibile, un anziano Tarahumara mi si presentò accompagnato da un timido adolescente dalla fronte bendata d’azzurro. Il vecchio era «el gobernador»; il ragazzo, il suo interprete. Esprimendosi lentamente, con un fil di voce, l’interprete mi trasmise il saluto del capo. Don Fructuoso intervenne; pregò il ragazzo di dire al governatore che il warura Coccioli, «il gran capo», lo ringraziava e si dichiarava suo amico. Confermai le sue parole con un mezzo inchino. Il vecchio mi guardava diritto negli occhi; non un muscolo del suo viso si moveva. Gli toccai l’omero e gli sfiorai la destra; fece Io stesso con me, poi chiese licenza di potersi ritirare. E s’allontanò eretto, regale nei suoi stracci di mendicante nomade, seguito dall’adolescente bendato d’azzurro.

Quando lasciai Siquirichi, non senza aver stretto una volta ancora le cento mani, ansiose e sporche, dei bambini dell’internato, l’ombra prendeva il dominio della terra. E il silenzio, nella sera nuova, aveva la sconvolgente potenza d’un canto non umano.

 

Masticando chewing-gum, toccando leve e bottoni  con la mano indifferente, Chalelo, alcuni giorni dopo, mi ricondusse a Chihuahua col suo aeroplano giocattolo. Il governatore dello Stato mi fece telefonare all’Hotel del Real e mi invitò a colazione. Alle due e mezzo, penetravo, trasportato dalla sua immensa automobile nera, nel vasto giardino della sua bellissima casa. M’accolse con un abrazo e con un whiskey and soda. Teófilo Borunda è un uomo giovane; ha gli occhi ridenti, gli agili movimenti di chi conosce la virtù dell’azione. Lavora molto, costruisce molto, ha «un don de gentes» — una virtù di simpatia — che m’è sembrato eccezionale. È un uomo ricco e potente. È assai più potente che la regina d’Inghilterra nei suoi domini. C’è chi l’ama e c’è chi lo detesta. Non c’è chi non lo aduli. Ma è un uomo civile, e non vidi pistoleros nei luminosi corridoi del suo palazzotto. Il che, naturalmente, non vuol dire affatto che non ve ne fossero. Pranzammo, soli, in una stanza colma di sole e di fiori. Due giorni dopo, destituiva l’amministratore di Guachochi.

Mi fece accompagnare dalla sua automobile all’aeroporto. Giunsi a Città del Messico verso le dieci d’una notte tenebrosa, ma la metropoli era un mare di luci. Ero tornato a casa; e il viaggio nel paese dei Tarahumaras s’era già mutato in ricordo, in nostalgia.

 

 

 

 

 

 

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